giovedì 12 ottobre 2017

Thrilleratemi a dovere

Il  thriller è un genere che piace tantissimo, e a giudicare dal numero di nuovi autori che trovano spazio ogni anno sembra che piaccia sempre di più. Vorrà dire qualcosa? 


Be’, si sa che certi fenomeni sono segni dei tempi, come l’esplorazione dell’irrazionale nei tempi di crisi, ma questo genere tiene bene da sempre, e nemmeno è così facile stabilire quando sia nato (comunque, sapere qual è stato il primo thriller ci importa davvero? Scava scava ci sarà sempre qualcuno che riesce a tornare più indietro. Tipo l’Odissea. O la Bibbia).

Il genere continua ad avere successo perché all’appassionato di thriller, il brivido non basta mai. È quello, è il brivido che si cerca? Anche qui, per trovare la risposta si sono spesi in tanti, invocando la scienza, indagando le reazioni tra il piacere e la paura. Provare paura fa piacere, dicono gli esperti, come praticare sport estremi (perché ci sono i tipi da leggo-un-thriller e ci sono i tipi da mi-butto-col-parapendio), e leggere qualcosa di agghiacciante ci permette di provare la paura nei suoi dettagli più atroci, ma osservando da lontano. Ci mostra cose che normalmente non vedremmo,  e che stranamente ci attirano. Ma perché ci attirano? Bah, qui le risposte possono essere tante e del tutto personali.                                                
Perché la vita è noiosa e le emozioni sono poche.                                                            
Perché il nostro noioso stare seduti in poltrona a leggere ci sembra confortevole se messo a  confronto con lo stare legati e imbavagliati dentro a un pulmino volkswagen. E questo ci conforta.
Perché il thriller è una corsa contro il tempo e ci piace che a correre sia un altro.               
Perché  l’essenza del thriller è  il caos, e noi vogliamo che alla fine si ristabilisca l’ordine.            
Perché ci piace la suspense, capire che sta per succedere qualcosa, ma senza sapere né cosa né quando.                                                                                                                      
Perché ci piace quella sorta di rituale profano  che si officia attorno alla vittima per allontanare le forze del male e riportare il bene all’interno di una comunità sconvolta.
Perché ci piace farci i fatti degli altri, anche di quelli che sembrano normali e invece hanno diciassette donne sepolte in giardino.
                                                                                                       
Ma  siccome non voglio dilungarmi né generalizzare sui processi che portano alle scelte di ognuno di fronte allo scaffale dei libri, vi dico - anche se non ve ne importa niente - perché e come  i thriller piacciono a me. Sono autoreferenziale? Sì. Infatti scrivo su un blog mica su una rivista divulgativa.
Ovviamente, al momento della scelta non so se il romanzo mi piacerà, mi devo far guidare da qualcosa: recensioni, copertina, parole chiave, istinto. Delle quattro, il criterio che funziona di più è l’istinto. Anche il titolo fa la sua parte, ma deve stare su una copertina che mi intriga. Con me funziona la neve. Mettetemi la neve in copertina e già avrete la mia attenzione (le piste da sci non funzionano). Neve. Inverno. Boschi. Freddo. Alberi spogli. 

Devo incarnare il modello del lettore medio, perché  la narrativa nordica è quella che ha più successo. 
Oppure le paludi. Putride e melmose, oppresse dalle mangrovie, sono un altro richiamo irresistibile. Panorami distanti dai nostri, in ogni caso. Un analista avrebbe la sua da dire: neve, candore, innocenza, bla bla, paludi, inconscio, rimorsi, timori…

Ho letto che diventa bestseller la storia che sa cogliere un timore universale. Può essere.

Secondo me diventa bestseller la storia che ha  più spinta pubblicitaria, ma questo è un altro discorso...

Nessun commento:

Posta un commento